Alzheimer, scoprirlo 20 anni prima è possibile: cure e dubbi etici

Al Congresso AIP presentati i progressi su diagnosi precoce e terapie: analisi del sangue, anticorpi monoclonali e nuove sfide per la sanità

Riconoscere l’Alzheimer anche 20 anni prima dell’insorgere dei sintomi è oggi una possibilità concreta grazie a nuovi biomarcatori, identificabili persino con un semplice esame del sangue. Se da un lato la ricerca apre a diagnosi sempre più accessibili, dall’altro solleva interrogativi etici e pratici, come discusso al 25° Congresso dell’Associazione Italiana di Psicogeriatria (AIP), in corso a Padova dal 27 al 29 marzo. In Europa crescono le speranze, ma anche le preoccupazioni: costi elevati, effetti collaterali e gestione delle diagnosi impongono prudenza e riflessione.

In Italia sono oltre un milione le persone con demenza, e il 60% soffre di Alzheimer. Studi come Interceptor, sostenuto dal Ministero della Salute e AIFA, confermano che i danni cerebrali iniziano anche 15-20 anni prima dei sintomi visibili. La rilevazione delle proteine beta-amiloide e tau rappresenta un passo decisivo verso la prevenzione, ma solleva domande complesse: “Chi testare? Quando? E come gestire il risultato?”, si chiede il prof. Angelo Bianchetti, segretario AIP.

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Biomarcatori e test del sangue: il futuro della diagnosi

“I nuovi biomarcatori rendono possibile rilevare precocemente i segnali dell’Alzheimer – spiega il professor Diego De Leo, presidente AIP – oggi anche tramite un semplice prelievo di sangue”. Una rivoluzione che rende la diagnosi più accessibile, ma che richiede grande attenzione nell’applicazione clinica, specie per i soggetti ancora asintomatici.

Il professor Bianchetti avverte: “La possibilità di sapere in anticipo se si svilupperà la malattia impone nuove responsabilità. Serve molta cautela da parte dei medici e della popolazione”. In attesa di certezze, il consiglio resta quello di prevenire con alimentazione sana, socialità e attività fisica regolare.

Le nuove terapie: anticorpi monoclonali e nanomedicina

“Gli anticorpi monoclonali anti-amiloide riducono i depositi nel cervello e rallentano il declino cognitivo”, ha spiegato il professor De Leo. Negli USA la FDA ha già approvato tre farmaci: aducanumab, donanemab e lecanemab, quest’ultimo validato anche dall’EMA. Ma si stanno esplorando anche altre strade: fitoterapia, microbiota, microRNA e nanoterapie.

Restano però aperti problemi legati a efficacia parziale, costi elevati, somministrazione endovenosa e disomogeneità nell’accesso regionale, ricorda il prof. Bianchetti: “Solo il 10% dei pazienti potrà beneficiarne. E non sappiamo quanto durerà l’effetto”.

Il Congresso AIP mette al centro la salute dell’anziano

Al centro del Congresso AIP, oltre all’Alzheimer, c’è la salute psicofisica dell’anziano in tutte le sue sfumature: demenza, depressione, psicosi, ansia, insonnia, ma anche solitudine, dolore, fragilità fisica e psicosociale. Si parla anche di telemedicina, terapie digitali e nuove molecole. Un evento che accende i riflettori non solo sul progresso scientifico, ma anche sulle scelte che la società sarà chiamata a compiere per affrontare il futuro delle malattie neurodegenerative.

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